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Mangiare da atleta non significa essere a dieta

La performance non nasce dalle rinunce ma dalla capacità di nutrire il corpo, conoscerne i bisogni e costruire abitudini sostenibili. Quando si parla di alimentazione sportiva, il pensiero corre spesso a diete rigorose, calorie da contare, alimenti da eliminare e sacrifici da affrontare. Come se per essere un buon atleta fosse necessario vivere il rapporto […]

La performance non nasce dalle rinunce ma dalla capacità di nutrire il corpo, conoscerne i bisogni e costruire abitudini sostenibili.

Quando si parla di alimentazione sportiva, il pensiero corre spesso a diete rigorose, calorie da contare, alimenti da eliminare e sacrifici da affrontare. Come se per essere un buon atleta fosse necessario vivere il rapporto con il cibo attraverso regole, divieti e continue rinunce.

Ma siamo davvero sicuri che mangiare da atleta significhi questo?

La risposta è no e forse è proprio da questo equivoco che dobbiamo partire per costruire una cultura alimentare sportiva più consapevole.

Mangiare da atleta non significa mangiare meno ma significa imparare a mangiare per sostenere ciò che chiediamo ogni giorno al nostro corpo. Deve essere chiaro che il corpo di un atleta ha bisogno di energia e non di punizioni.

Pensiamo alla giornata di una ragazza che frequenta la scuola, trascorre il pomeriggio tra studio e impegni personali e la sera entra in palestra per due ore di allenamento; oppure a quella di un adulto che, dopo otto ore di lavoro, indossa le scarpe da ginnastica e si prepara ad affrontare una seduta intensa di sport. Entrambi chiedono al proprio corpo di sostenere numerose attività, sia fisiche che mentali, nell’arco della stessa giornata. Eppure, quando si parla di alimentazione, l’attenzione si concentra spesso su ciò che bisognerebbe evitare e non su ciò di cui il corpo ha realmente bisogno per sostenere tutto quello che facciamo. L’energia introdotta attraverso gli alimenti permette di affrontare meglio gli allenamenti, sostenere i processi di recupero e mantenere le normali funzioni dell’organismo. I carboidrati rappresentano una fonte importante di energia per l’attività fisica, le proteine contribuiscono al mantenimento e alla riparazione dei tessuti e quindi dei muscoli, mentre i grassi svolgono numerose funzioni fisiologiche essenziali. A questi si aggiungono vitamine, minerali e acqua, fondamentali per il corretto funzionamento del corpo. Non si tratta quindi di individuare un alimento miracoloso o di assumere integratori ma di comprendere che un’alimentazione adeguata nasce dall’equilibrio complessivo delle proprie abitudini quotidiane. La ricerca scientifica sottolinea quanto sia importante garantire agli atleti un apporto energetico sufficiente perchè una disponibilità di energia persistentemente inadeguata può compromettere la salute e la prestazione sportiva.

Non esiste un pasto perfetto per tutti

Uno degli errori più frequenti è cercare una regola alimentare universale, valida per ogni atleta e in qualsiasi situazione. Ma un adolescente che pratica pallavolo tre volte a settimana non ha necessariamente le stesse esigenze di un adulto che corre ogni mattina o di un atleta che gioca a calcio. Persino due compagni della stessa squadra possono avere bisogni, orari, preferenze e risposte digestive differenti. La durata e l’intensità dell’attività fisica, l’età, le caratteristiche individuali e l’organizzazione della giornata sono tutti elementi che influenzano le necessità alimentari. Per questo, parlare di alimentazione sportiva non dovrebbe significare distribuire regole identiche per tutti ma promuovere conoscenze che aiutino ciascuno a comprendere meglio le proprie esigenze. C’è chi si allena subito dopo la scuola, chi ha una pausa pranzo molto breve, chi torna a casa alle dieci di sera e chi deve conciliare sport, famiglia e lavoro. L’alimentazione deve trovare spazio nella vita reale, non trasformarsi nell’ennesimo impegno impossibile da rispettare.

Esiste poi un aspetto dell’alimentazione sportiva di cui si parla ancora troppo poco: il rapporto emotivo con il cibo. Quante volte sentiamo definire un alimento buono o cattivo? Quante volte un pasto diverso dal solito viene raccontato come uno sgarro da compensare? E quante volte il valore di un atleta viene associato alla sua forma fisica o se mangia bene o male? Questo linguaggio può contribuire a costruire un rapporto rigido e colpevolizzante con l’alimentazione, soprattutto nei più giovani. Ad esempio, mangiare una pizza con gli amici non cancella il lavoro svolto in allenamento, mangiare un dolce durante una festa non determina il valore di uno sportivo; così come seguire abitudini considerate salutari non garantisce automaticamente una buona prestazione.

Dobbiamo comprendere che il cibo non è soltanto nutrimento ma è anche cultura, socialità, convivialità, piacere, tradizione e condivisione. Educare un atleta all’alimentazione significa aiutarlo a riconoscere tutte queste dimensioni, evitando che la ricerca della performance o di alimenti fit o healthy, diventi una continua lotta contro il proprio corpo. Il benessere sportivo comprende anche la serenità con cui ci sediamo a tavola.

A questo punto nasce una domanda: se mangiare da atleta non significa seguire una dieta rigida, da dove si comincia? 

Si comincia dall’educazione. Si comincia dal comprendere il concetto di alimentazione bilanciata. Si comincia dall’imparare a riconoscere il ruolo dei diversi alimenti, dall’organizzare i pasti nelle giornate più impegnative, dal comprendere l’importanza dell’idratazione e del recupero, anche dal saper distinguere un’informazione scientificamente fondata da una moda alimentare vista sui social. L’educazione alimentare sportiva non ha il compito di prescrivere una dieta personalizzata, attività riservata ai professionisti sanitari abilitati. Ha invece una funzione formativa: fornire conoscenze, strumenti e occasioni di confronto per favorire scelte quotidiane più consapevoli.

Questo percorso può diventare ancora più efficace quando coinvolge non soltanto gli atleti ma anche le famiglie, gli allenatori e le società sportive. Una società sportiva, infatti, non è soltanto il luogo in cui si imparano gesti tecnici e schemi di gioco ma è un ambiente educativo nel quale si costruiscono abitudini, relazioni e comportamenti che possono accompagnare una persona ben oltre la carriera agonistica.

Promuovere una corretta cultura alimentare significa quindi investire nella formazione complessiva dell’atleta, senza sostituirsi alle competenze di nutrizionisti, dietisti, medici o psicologi quando il loro intervento è necessario. Da questa visione nasce Mangia da Atleta, un progetto di educazione alimentare sportiva che mette al centro la persona prima della prestazione. Un’idea maturata vivendo quotidianamente lo sport, conoscendo le difficoltà di chi deve conciliare allenamenti, lavoro, studio e vita personale e osservando quanto spesso l’alimentazione venga percepita come un insieme di regole anziché come una risorsa. 

L’obiettivo non è insegnare agli atleti a mangiare in maniera perfetta ma aiutarli a diventare più autonomi, informati e consapevoli perché non si diventa atleti soltanto quando si entra in campo, lo si è anche nel modo in cui ci si prende cura di sé, si affrontano gli impegni e si costruiscono abitudini sostenibili nel tempo.

Mangiare da atleta non significa rinunciare ma significa imparare a nutrirsi per vivere lo sport con energia, equilibrio e consapevolezza.

Ed è proprio da qui che vogliamo cominciare.

 

Giovanna de Vincenzo | Mangia da Atleta

Atleta e allenatrice di pallavolo, educatrice alimentare sportiva e ideatrice del progetto Mangia da Atleta, dedicato alla promozione di una cultura alimentare consapevole attraverso percorsi educativi rivolti ad atleti, famiglie e società sportive.

Articolo pubblicato nel circuito Puglia Sport Channel, il magazine sportivo pugliese dedicato alla valorizzazione dello sport, dei suoi protagonisti e delle iniziative che promuovono formazione, salute e benessere.

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Fonti scientifiche

Thomas D.T., Erdman K.A., Burke L.M. (2016). Nutrition and Athletic Performance. Journal of the Academy of Nutrition and Dietetics.

Mountjoy M. et al. (2023). 2023 International Olympic Committee’s consensus statement on Relative Energy Deficiency in Sport (REDs). British Journal of Sports Medicine. 

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